Alla fonte del made in Italy
7 Ottobre 2011
Checché ne dicano certi ministri ignorantelli sono convinto che con la cultura si mangia. Direttamente, col turismo, come dimostrano anche i dati di accesso ai musei italiani nell’anno non florido 2010, e indirettamente.
Indirettamente perchè il bello, l’estetica, la storia, l’arte stanno a monte, mi piace pensare, del fenomeno made in Italy. Nonostante le devastazioni recenti e tuttora in corso, nonostante gli scervellati condoni e le improvvide licenze edilizie noi continuiamo a vivere in un meraviglioso Paese ancora punteggiato da emozionanti paesaggi; denso di piccoli deliziosi borghi poco o per nulla contaminati nei loro nuclei originari da oltraggi edilizi recenti; ricco di opere d’arte che per quanto trascurate si possono trovare numerose e inaspettate qua e la anche in luoghi per nulla famosi in tutte le regioni. E poi i siti archeologici, i musei, le pinacoteche. Siamo, cioè, abituati a vivere a contatto col bello, con l’arte, con la storia. Perfino senza un’educazione appropriata da parte dei genitori e della scuola sono convinto che la qualità estetica che incontriamo facilmente pur senza cercarla e senza magari apprezzarla, sul momento, influenzi il nostro gusto, la nostra cultura. E sono certo, pur ovviamente in assenza di prove, che il nostro primeggiare mondiale nella moda e nel design, anche industriale, ne siano conseguenza.
Mi piace credere che se non si fossero inevitabilmente imbattuti in Brunelleschi e in Michelangelo, in Raffaello e in Tiziano o in certi incantevoli paesaggi della “bella Italia” anche Armani e Valentino avrebbero fatto qualcosa di diverso. Probabilmente anche Pininfarina e Renzo Piano.
Insomma, credo che prima che un fatto artistico o industriale il made in Italy sia un fatto culturale, che il senso estetico (estetico, non etico) sia diffuso nel DNA degli italiani. E se è così disponiamo di un vantaggio competitivo del quale nessuno, per secoli ancora, potrà privarci. Nemmeno i peggiori governi.
Steve Jobs
6 Ottobre 2011
Tra un secolo, anche prima, Steve Jobs sarà noto ai nostri posteri come oggi lo sono Thomas Edison, Graham Bell, Guglielmo Marconi; tutte persone le cui realizzazioni hanno modificato la vita quotidiana e dalle cui idee sono nate iniziative imprenditoriali di grande portata.
Tra le tante, la forza di Steve Jobs che mi sembra vada sottolineata non è la competenza tecnologica ma la visione di quello che la tecnologia avrebbe potuto consentire. In fondo una dimostrazione di straordinaria fiducia nel progresso tecnologico più che di amore per la tecnologia in se.
Un tecnologo è un tipo che prima lavora ad un progetto, lo realizza, lo collauda a fondo e infine si domanda cosa ci si può fare. O aspetta che qualcuno se ne accorga. Un visionario immagina in anticipo quello che combineranno i tecnologi, immagina l’impiego delle loro realizzazioni, quando saranno pronte, anche se questo modificherà le abitudini delle popolazioni.
Steve Jobs ha immaginato come il mondo avrebbe usato la tecnologia prima che questa fosse disponibile ma fidando ciecamente sulla sua disponibilità, prima o poi. Un genio visionario. Ma forse senza essere visionari non si può essere genii.
Riflettendo sulla scomparsa di Steve Jobs mi sono passate per la testa due considerazioni:
1. che non mi è venuto in mente nessun nome di donna tra i grandi inventori. Madame Curie era una ricercatrice. E non so darmi una spiegazione.
2. che se Steve Jobs avesse cercato di farsi finanziare dalle banche italiane una Mela srl non sarebbe mai nata.
Democrazia mediatica
4 Ottobre 2011
E’ chiaro che nei Paesi democratici i media, e soprattutto la televisione, sono determinanti per l’esito delle elezioni. Questo è tanto più vero quando si scelgono le persone più dei partiti. Le prime sono apparenza, capacità comunicative, simpatia; individui. I secondi sono, dovrebbero essere, idee, programmi, ascolto diffuso e veicolo per dare rilevanza a tale ascolto. E dovrebbero essere team, organizzazione, nonchè, auspicabilmente, una scuola formativa e selettiva.
Il dubbio che puntare sulle persone mediatiche mi lascia è se sia questo il modo migliore per selezionare i leader. Un dubbio sostenuto dalla considerazione che il mezzo induce a larghe concessioni al populismo, alla semplificazione estrema anche quando si tratta di affrontare temi complessi, alla superficialità. Alla boutade, per dire delle promesse che ben difficilmente potranno essere mantenute. Per convincere gli indecisi attraverso la televisione c’è poco tempo; l’audience non è abituata a seguire spiegazioni esaurienti per molti minuti, che spesso non vengono concessi. Niente analisi dei pro e dei contro: subito la decisione. Lo slogan, possibilmente. L’impressione delle idee chiare, della grande sicurezza. Sicumera, talvolta, scambiata per autorevolezza.
Abbiamo nel mondo occidentale esempi di bravissimi comunicatori che hanno fatto male, o stanno deludendo, come politici: uno per tutti, purtroppo, Barak Obama, che difficilmente si riprenderà dalle numerose incertezze palesate e dai compromessi raggiunti, anche se indotti dalla situazione economica e politica statunitense. Ma anche Sarkozy e naturalmente Berlusconi, che è un caso a se.
Di questa situazione (democrazia mediatica?) si può incolpare il mezzo, se si vuole: la TV. Ma non sarebbe giusto. Io darei più colpe ai partiti, che hanno ridotto e talvolta annullato il loro ruolo nella società, nella formazione e selezione del personale, nella capacità di filtrare le ascese, a vantaggio dei meritevoli e a svantaggio, per esempio, degli approfittatori. In tutti i partiti ci sono casi di personaggi calati dall’alto, cooptati per opportunità elettorale dalla società civile ma senza preoccupazione per la loro effettiva preparazione e capacità politica. Una delle cause, secondo me, dei salti della quaglia da uno schieramento all’altro ma anche di presenze impalpabili in Parlamento. Gente che vota una cosa o l’altra talvolta, temo, anche senza sapere bene perchè. Il tutto palesemente aggravato da una legge elettorale che esclude l’elettore dalla valutazione dei candidati.
Rimedi?
Dal punto di vista sociale probabilmente la rete internet e i social network. Non abbiamo capito ancora bene come e quanto ma certo hanno un’influenza crescente sui risultati elettorali, vedi amministrative di Milano 2011.
Dal punto di vista politico-partitico forse la gavetta: cominciare dalle piccole cose, su base locale. Lavoro, studio ed esperienze. Ritornare ad un percorso politico che inizi localmente e localmente riceva, o no, il sostegno popolare per cominciare una progressione fino al livello nazionale, se ce ne sono le condizioni. Senza, possibilmente, che una delle condizioni sia l’appartenenza al gruppo di potere di un notabile al quale dover rendere merito, nella migliore delle ipotesi, o favori nella peggiore.
Personalmente ritengo che la gavetta sia una buona scuola. Forse la migliore. In ogni caso più rassicurante che piazzare improvvisamente un imprenditore ricchissimo e comunicativo a capo del Governo o anche un politico a capo di un’azienda, indipendentemente dall’importanza dell’uno e dell’altra.
Vorrei che la politica la si potesse fare col lavoro, con lo studio, con la dedizione. Senza comprare televisioni né squadre di calcio né pagine di giornale sottratte alle calzature.