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La costruzione europea non è più in cammino

18 Aprile 2011

C’è qualcosa di inquietante nei segnali che arrivano dai governi e dagli elettori europei.

Rimane forte il collante monetario, anche se le crisi di alcuni Paesi hanno messo a dura prova la volontà degli altri membri, o la loro convenienza, di intervenire in soccorso, benché nella sostanza a titolo oneroso. E rimangono importanti ma non sono drammatiche le ormai tradizionali divergenze in termini di politiche riguardanti agricoltura, commercio, investimenti, eccetera.

Sono gli eventi più recenti, non gestibili da una placida ed esperta burocrazia, quelli che hanno segnalato problemi gravi, in una certa misura dirompenti.

Nella guerra di Libia, o a Gheddafi, le iniziative sono state più nazionali che europee, anche scoordinate, salvo poi aprire l’ombrello Nato. E la diversità di vedute tra i governi dell’Unione continua a guerra in corso, una guerra che non si sta affatto vincendo.

Non c’è una strategia comune nemmeno nei confronti delle ribellioni nei Paesi arabi. Là stanno accadendo cose potenzialmente molto importanti per il nostro futuro: l’Europa dovrebbe porsi il problema di come cogliere le eventuali opportunità, perché di questo si tratta. Invece niente, sembra. Solo lo spettacolo un po’ meschino del ciascuno per se per difendersi dall’immigrazione, come se il problema fosse tutto li e non anche nei benefici che potremmo ricavare se riuscissimo ad influenzare culturalmente, senza sfiorare gli aspetti religiosi, l’evoluzione democratica ed economica di quelle regioni. Ciò nonostante sia affermato che l’UE (non i singoli Stati membri) “si adopera per diffondere benessere, progresso democratico, stato di diritto e rispetto dei diritti umani oltre le sue frontiere”. 

Nulla che abbia a che fare con i nazionalismi è contenuto in questa dischiarazione, eppure la politica estera dei principali membri UE risulta trattata più attraverso il filtro deformante delle esigenze di politica interna che con lo sguardo rivolto al futuro dell’Europa in relazione ai nuovi scenari strategici.  Non si capisce, o almeno non lo capisco io, se gli stessi movimenti xenofobi che vanno facendo proseliti un po’ in tutta Europa, ultima ieri la Finlandia, siano la causa o l’effetto del richiudersi dei governi sui temi nazionali, sulle contingenze, sulle strategie elettorali a breve e le relative necessità di comunicazione.

L’impressione è che la costruzione europea non solo non sia più in cammino, ma sia arenata in una visione progettuale della quale il rapido mutamento della realtà  imporrebbe seri e frequenti aggiornamenti. Se però manca una visione comune è ben difficile che il progetto possa essere tempestivamente e armonicamente aggiornato. Con danni crescenti, visto come va il mondo, per tutti gli europei, quasi mezzo miliardo di persone, peraltro non omogenee per cultura e ambizioni.

E comunque il problema è riprendere il cammino insieme, non andarsene da soli per un’altra strada. 

Post inserito in: politica

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I videomessaggi e la pluralità dell’informazione

12 Aprile 2011

L’AGCOM ha deciso che bisogna mettere un freno alle esternazioni via web trasmesse in televisione.

Le frasi che seguono, virgolettate e in corsivo, sono tratte dalla notizia Reuters di oggi.

“Di norma, la diffusione di videomessaggi di soggetti politici e istituzionali nel corso di telegiornali e programmi di informazione non dovrebbe essere ammessa come forma abituale di comunicazione, stante il rischio di incidere sui canoni di parità di trattamento tra tutti i soggetti politici ed istituzionali su cui si fonda il principio del pluralismo politico in televisione”, si legge in una nota dell’Agcom. “Pertanto, gli operatori dell’informazione radiotelevisiva possono diffondere nel corso di telegiornali o programmi di approfondimento giornalistico “videomessaggi” di soggetti politici ed istituzionali solo in casi eccezionali di rilevante interesse pubblico e nel rispetto di modalità tali da non incidere sul pluralismo dell’informazione”.

L’Autorità precisa inoltre che i videomessaggi – se superiori a tre minuti – non possono essere trasmessi nella loro integralità nel corso del telegiornale; non possono essere trasmessi in tutte le edizioni giornaliere del medesimo telegiornale; non possono essere riproposti nei telegiornali dopo 48 ore dal verificarsi dell’evento e di norma la diffusione del videomessaggio nel telegiornale deve essere accompagnata da commenti di altri soggetti onde assicurare un confronto dialettico al fine della libera e consapevole formazione delle opinioni degli ascoltatori”.

Probabilmente quello dell’Authority è un intervento suggerito dal video passato in rete da Emma Marcegaglia per far sapere, sobriamente, sommessamente, che Confindustria potrebbe essere un tantino delusa dalle azioni (?) del governo a sostegno (?) delle imprese, del lavoro e della ripresa (?). Ovviamente precisando che la delusione si riferisce anche all’opposizione. Meglio barcamenarsi.

Posso dire che stavolta non concordo affatto con la posizione assunta dall’Autorità? Questi i motivi:

1. Il videomessaggio è una forma di comunicazione del tutto normale. Un’alternativa al tradizionale comunicato stampa che i media possono, a loro scelta, pubblicare per intero o parzialmente o riassumere. Lo strumento video sarà sempre più utilizzato dalle istituzioni e dalle imprese. Inutile e dannoso porre freni e limiti, salvo quelli previsti dalla legge.

2. Il web propone la disintermediazione della stampa, in questo caso televisiva, accreditata. E’ forse un male? Non assistiamo quotidianamente alla distorsione delle notizie praticata da alcuni che agiscono in favore di referenti politici o economici? E allora perché no la comunicazione diretta, senza intermediari?

3. I media hanno proprie regole, leggi da rispettare e direttori responsabili. Perché l’AGCOM dovrebbe intervenire nel loro lavoro? Un conto è la pluralità dell’informazione, in particolare per quanto riguarda il cosiddetto servizio pubblico, un altro l’imparzialità, un altro ancora la libera scelta del direttore e dell’editore. C’è chi fa vedere le strade di Napoli pulite e chi quelle invase dai rifiuti; chi intervista spesso Tizio e chi Caio; chi enfatizza la cronaca nera e chi no. Perché un direttore non dovrebbe essere libero di diffondere dieci minuti della Marcegaglia o di Cicchitto o di Veronesi che parla di nucleare? Sarà il pubblico a decidere se la cosa piace o no. E’ meglio un intervento del telecomando che uno dell’Autorità.

Il conflitto di interessi evidentemente continua a fare danni.