I francesi e le PPSS
31 Marzo 2011
E’ un momento no per i rapporti Italia-Francia. Loro bombardano l’amico Gheddafi mentre ancora stanno discutendo di come aiutare il popolo libico; ci tengono fuori da riunioni importanti; sembra che facciano apposta a smentire con i fatti le dichiarazioni spesso sventate dei nostri addetti alla politica estera (cacciare Gheddafi non è l’obiettivo, come dice Frattini. Anzi, lo è, come pure dice Frattini). Fanno le barricate a Ventimiglia per impedire ai tunisini profughi / immigrati / clandestini o come vogliamo chiamarli di andare da loro. E adesso questa Lactalis che vorrebbe controllare Parmalat! Questi francesi hanno proprio stufato!
Ogni tanto il nostro paese si sveglia di soprassalto dal suo torpore, sbraita un po’ e poi si riassopisce come se niente fosse, dimenticandosi gli strepiti in stato di veglia. Nell’alimentare sono stranieri, francesi e non, marchi italianissimi come Buitoni, Perugina, San Pellegrino, Motta, Star, Simmenthal, Osella, caffè Hag e Splendid, i biscotti Saiwa e Plasmon, la bresaola valtellinese Rigamonti (è brasiliana), l’olio d’oliva toscano Carapelli e quello ligure Sasso, il formaggino Mio. La stessa Lactalis è già proprietaria dei marchi Galbani, Cademartori, Invernizzi e Locatelli. Ma su Parmalat Tremonti si impunta. Se vogliono far fuori Gheddafi facciano pure, anche se ciò procura un dispiacere a Berlusconi, ma su Parmalat i francesi non passeranno! E il Consiglio dei Ministri in un momento di fertilità decide di reinventare le già violentemente osteggiate PPSS, partecipazioni statali.
Non è per rispetto ideologico del libero mercato che questa iniziativa non mi piace. E’ che il tentativo fallito di dare a Gabriele Albertini la presidenza Edison (italo-francese) per ricompensarlo, si dice, della rinuncia a ricandidarsi come sindaco di Milano contro Letizia Moratti è un precedente indicativo di come la politica italiana intenda utilizzare le aziende.
Se questa è la prassi altro che PPSS! Ben vengano i francesi. O anche i brasiliani, gli americani, i cinesi, gli esquimesi, i libici… Chiunque, ma non i politici italiani dei tempi correnti.
Per la giustizia più informatica, meno politica
12 Marzo 2011
Che tra le numerose riforme, o almeno aggiornamenti, utili alla Repubblica ci sia anche quella della giustizia non c’è dubbio.
Non ho titolo né competenza per entrare nel merito. Nella mia ignoranza valuto positivamente alcune delle modifiche proposte e negative altre, ma sono opinioni superficiali, non certezze. Di certezze però ne ho un paio:
1. tutto il sistema della giustizia trarrebbe consistenti benefici da un impiego intelligente e molto più esteso dell’ICT.
2. nella logica democraticamente irrinunciabile della separazione e dell’equilibrio dei poteri è del tutto negativo che la politica invada più o meno surrettiziamente spazi finora di esclusiva competenza della magistratura.
Sul primo punto basterebbe interpellare il personale meno ignaro delle tecnologie per rendersi conto di quante attività arcaiche e inutili sono ancora svolte a causa della mancanza di quei semplici supporti informatici che sono patrimonio comune della quasi totalità delle organizzazioni private. Bisognerebbe che qualche analista di processo se ne occupasse e disegnasse un serio progetto di informatizzazione.
Sul punto della separazione dei poteri non mi sembra che la politica meriti e giustifichi alcun ampliamento delle proprie responsabilità formali. La magistratura sarà criticabile ma il parlamento attuale lo è anche di più, come le cronache quotidianamente manifestano. Invece di estenderne le competenze sarebbe meritoria una battaglia contraria, che miri a ridimensionare l’influenza della politica in aree che dovrebbe solo osservare e invece sempre più palesemente invade.
Ciò detto aggiungo che una riforma immaginata senza tenere in alcuna considerazione le opinioni dei riformandi si candida al boicottaggio, o direttamente all’insuccesso. La buona politica deve ricercare accordi, compromessi, non prove di forza.