Costituzione on demand
28 Febbraio 2011
Io che ho amato lo studio del diritto, e in particolare del diritto costituzionale, mi trovo sempre più spesso spiazzato dalle volute o non volute inesattezze, talvolta clamorose scempiaggini, che escono dalla bocca dei nostri parlamentari, ai quali la frequenza delle interviste televisive talvolta nuoce. Come nuoce a noi ascoltatori.
Sentendo sempre più spesso sproloqui mi è venuta la voglia di andarmi a riprendere dopo anni di immobilità in libreria il testo universitario di diritto costituzionale (di Paolo Biscaretti di Ruffia), che ora tengo a portata di mano e saltuariamente consulto. Ne ho bisogno, di fronte ad affermazioni che non hanno nulla a che fare con la Costituzione della Repubblica. Quella scritta, l’unica autentica.
La nostra Costituzione, che pur necessita di qualche revisione, è tuttora ritenuta una delle migliori al mondo, ma nell’opinione pubblica ne esistono ormai più interpretazioni. Quelle di volta in volta diffuse via etere da politici impreparati o in cattiva fede. In modo particolare si tende ad ignorare - o a vedere in chiave negativa – il principio fondamentale della divisione dei poteri e si sentono poche voci che ne ribadiscono il valore. Voci, in genere, di persone che hanno poca audience.
La personalizzazione della politica sta scivolando verso la personalizzazione dello Stato, il che è gravissimo. I partiti, in maggioranza, mettono il nome del numero uno nel simbolo e questa devianza si tramuta nell’interpretazione diffusa in qualcosa che somiglia all’elezione diretta del capo del governo, a sua volta percepito come capo del Paese. Una tragedia, anche se il presidente del consiglio dei ministri fosse uno statista irreprensibile e illuminato.
La porcata della legge elettorale, votata da una parte ma in fondo gradita anche a molti che non l’hanno votata, rafforza nel quotidiano questa visione del capo con dipendenti, come nelle aziende, e fa si che molti vedano proprio nel modello aziendale quello più adatto a gestire lo Stato. Una follia.
Questo sfacelo culturale è promosso da una casta politica che dimostra di trarne vantaggio e non abbastanza contrastato da una stampa, scritta e parlata, troppo passiva al riguardo. Trova terreno fertile, al contrario, nella scarsa preparazione e consapevolezza dei cittadini. Nel nostro Paese c’è una parte considerevole della cosiddetta classe dirigente, anche laureati, che non ha mai seguito una lezione sul funzionamento dello Stato. E’ negletta perfino l’educazione civica.
Non riesco ad immaginare come potremo affrancarci da questa devastazione se non ricominciando da capo, dalla scuola dell’obbligo e da insegnanti appassionati e competenti. Bisognerebbe far presto finchè ce ne sono ancora abbastanza sulla piazza.