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Il giornalismo che fa male al calcio

10 Luglio 2010

Mondiale di calcio terminato. Peccato: il calcio mi interessa sempre, figurarsi quando è ai massimi livelli, però apprezzerò un po’ di quiete mediatica, dopo l’ubriacatura di iperboli, toni enfatici, ovvietà, frasi fatte e disinvolti voltafaccia. La stessa cosa ho pensato dopo le vittorie dell’Inter, che pure è la mia squadra preferita.  

Della figuraccia italica e dei colpevoli si è discusso anche troppo, dovunque e a ogni livello. La categoria che si è sostanzialmente autoassolta, come al solito, è quella dei giornalisti e commentatori vari, questi ultimi orrendamente chiamati opinionisti, il che potrebbe dirsi anche del mio macellaio, milanista competente.

Tra costoro, e non mi riferisco ai macellai, abbondano vecchi tromboni privi di ironia ma avvezzi alla retorica e all’aggressione verbale di chi li snobba, e giovanotti di ambo i sessi freschi di liceo e di iscrizione all’albo. Le giovanotte in genere sono carine, essendo il calcio uno degli ambienti più ottusamente maschilisti. Niente a che fare comunque, in entrambi i casi, con scrittori (o cantori) dello sport come furono Giovanni Arpino, Gianni Brera, Sandro Ciotti, Mario Soldati, Beppe Viola e altri le cui cronache intrattenevano con arguzia e leggerezza, come nonni che raccontano fiabe e fanno sognare.

Adesso niente più fiabe. Questi qui, fatte salve le eccezioni, frequentano il livore, scatenano i rancori, il tifo più becero, soprattutto “contro”. Tollerano in quanto probabile pubblico (la maledetta audience) il rito idiota del “chi non salta …qualche cosa….è”; del “devi morire” all’avversario più o meno dolorante; del fischio preconcetto all’arbitro; del “non esistono negri italiani”, per dire l’ultima chicca, purtroppo nata nella già educata e amabile Torino, dove però si pubblica un quotidiano che del tifo contro sembra avere fatto una missione.  

Con questo andazzo hai voglia a dire che bisogna far crescere i giovani (calciatori. Giovani giornalisti ne crescono anche troppi, in senso quantitativo). I giovani calciatori sarebbero agevolati da ambienti meno tesi, meno iracondi, meno stressati, nei quali se uno simula viene fischiato, non considerato astuto o esperto (sentito con le mie orecchie) e se si perde pazienza. Sempre gioco è. Qui invece dopo due o tre sconfitte, talvolta anche dopo un paio di pareggi, gli influenzatori dell’opinione pubblica cominciano a dibattere di allenatori da licenziare e di stagione persa, anche se è solo settembre. E chi glielo fa fare allora agli allenatori di rischiare e pazientare per favorire la crescita dei rampolli del vivaio?

E se i titoloni estivi vanno tutti a nuovi possibili acquisti stranieri, mezze cartucce comprese, invece di sostenere le candidature interne, e gratuite, o quelle di promettenti calciatori che provengono da serie minori, di chi la colpa? E come si devono comportare le società la cui campagna acquisti deve anche stimolare gli abbonamenti? Fregarsene e andare avanti per la loro strada? Ma se ci sono dirigenti del calcio che girano con la scorta!

Non voglio difendere il signor Lippi né, tanto meno, il presidente della Federazione Giancarlo Abete, che ha l’aggravante di essere un ex parlamentare. Tutti hanno qualche responsabilità per l’insuccesso (Abete anche quelle per due candidature italiane bocciate, su due presentate, per l’organizzazione di futuri campionati europei e mondiali). Ho scritto questa nota solo come promemoria: vorrei poter evitare che elencando i mali del nostro calcio si omettano le responsabilità del giornalismo sportivo. Pessimo e dannoso, secondo me. 

Post inserito in: Sport e altre piacevolezze

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