Fabbrica Italiana Automobili. Torino?
24 Luglio 2010
Ho l’impressione che attorno al rapporto tra lo Stato italiano e la FIAT e a quello tra questa e i sindacati, soprattutto la FIOM, si stia creando il solito putiferio verbale e propagandistico a sfondo politico-ideologico.
Sarà anche vero che i sindacati italiani non capiscono i tempi; che sono retrogradi, o ottusi; che negoziare con gli americani della UAW è molto più semplice, però i fatti sono, anche o soprattutto, che in Serbia le condizioni per FIAT sono le seguenti:
- Lo Stato paga la costosa bonifica dello stabilimento che cede alla FIAT. La vecchia fabbrica (Zastava) è stata bombardata dalla NATO nel 1999 e le scorie rimaste sono tremende. In Italia, fortunatamente, non ci sono più stabilimenti bombardati da rimettere in piedi. Già fatto.
- Lo Stato serbo finanzia la ripresa industriale con 250 milioni di euro. Altri 400 milioni li mette, per lo stesso motivo, la Banca Europea degli Investimenti. In Italia lo Stato e la BEI non ci pensano proprio di investire altrettanto per consentire a FIAT di rinnovare Mirafiori. Già dato.
- Lo stabilimento serbo è esentasse, il che fa andare in estasi gli imprenditori, come noto. Confindustria docet. Per 10 anni né imposte locali né imposte statali. Niente. Provare a chiedere a Tremonti se è disponibile a fare la stessa cosa per Mirafiori.
- Per ogni dipendente assunto, inizialmente un migliaio, FIAT riceverà un bonus di 10.000 euro. E lo riceverà per tutti i 2500 circa che erano impiegati nello stabilimento di Kragijevac e che oggi sono a carico dello Stato. Una specie di cassa integrazione dei guadagni della FIAT, che con questo bonus, al costo del lavoro serbo, avrà mano d’opera gratis per quasi due anni. Nè tasse nè salari. Che pacchia!
Infine va detto che lo stabilimento serbo la FIAT lo ha comperato molto prima che si votasse a Pomigliano. Allora, senza minimamente voler ridimensionare il problema reale dei cialtroni e talvolta dei truffatori tollerati dal sindacato, che certamente ci sono, è giusto addebitare ai sindacati italiani, e in particolare alla FIOM, e più in particolare ancora ai votanti irresponsabili di Pomigliano, la scelta serba della FIAT? Non si tratta di pura propaganda antisindacale?
Marchionne sarà anche illuminato, piacerà alla pseudo sinistra dei torinesi Fassino e Chiamparino, ma in fondo nella ricerca degli aiuti di Stato si comporta come Valletta. Però su scala internazionale. Lui si che capisce i tempi.
Mourinho alla RAI
14 Luglio 2010
Il signor Massimo Liofredi è direttore della rete RaiDue. Sente odore di bruciato, cioè la possibilità di essere rimpiazzato nell’incarico, e si agita. Prepara, pare, un dossier a supporto di un’eventuale futura richiesta di reintegro e lascia intendere il suo malumore a qualche giornalista. Direbbe loro tra l’altro: “Quando Berlusconi mi chiamò per darmi la guida di RaiDue non mi chiese niente: mi disse soltanto di fare buona televisione”.
Personalmente non mi interessa chi dirige RaiDue. Ma sono sconcertato dall’idea che un dirigente possa serenamente e forse ingenuamente dire come cosa normale che il posto glielo ha dato personalmente Berlusconi e si dolga di non riuscire a ricontattarlo per placare le proprie ansie. Non solo: sempre stando al resoconto di Repubblica (12 luglio 2010) il dirigente sosterrebbe di “avere la stima di Fedele Confalonieri” e, dulcis in fundo, si chiede se “un manager serio può ancora lavorare senza protezioni”. Un manager serio?
Mi domando, retoricamente: 1) è tollerabile che il presidente del consiglio nomini personalmente il direttore di una rete RAI? 2) cosa hanno da dire in proposito i superiori del nominato e il consiglio di amministrazione dell’azienda? 3) qualcuno ha preso in considerazione l’ipotesi che il citato presidente possa essere un tantino in conflitto di interessi, in quanto proprietario dell’azienda direttamente concorrente? 4) e quando mai un manager ha difeso il suo operato citando a conferma la stima che godrebbe presso il capo dell’azienda concorrente?
E’ completamente assurdo ritenere che il citato Liofredi sia stato messo li dai concorrenti in quanto, secondo i medesimi, non sarebbe stato in condizione di nuocere ai loro affari?
Mi piacerebbe sapere se Massimo Liofredi, all’atto della propria presentazione, abbia escluso di essere un pirla, come Mourinho.
2011, 2012, e poi…? Domande sul 2030
11 Luglio 2010
State calmi, raccomandano gli osservatori professionali della politica. I politici, che con gli automobilisti sono tra i più forsennati lanciatori di improperi, trovino la concordia. Non si può andare avanti così. Sono attesi buoni propositi. Magari anche dei fioretti. Forza! Il paese ha bisogno di concordia.
Ma per fare che, mi domando da osservatore non professionale? Concordare che cosa? Il ripristino dell’immunità parlamentare? I candidati a qualche poltrona? Come posizionare il crocefisso nei locali pubblici? La velocità sulle autostrade? La nostra classe politica è capace di elevarsi da questo livello misero, dalle cose spicciole, dalla quotidianità, dal tornaconto immediato?
Vorrei rivolgere una domanda a tutta la classe dirigente: come vorreste che fosse l’Italia tra vent’anni? Quali collanti avrà la società? Quali valori? Di che vivremo? Questo implica altre domande.
Approvvigionamento energetico: quanto e quale nucleare? Importazione? Quanto petrolio? E quanta energia rinnovabile?
Economia: rinvigorire le grandi aziende o puntare sulle PMI? In quali settori? Vanno bene tutti o bisogna puntare solo su alcuni nei quali cercare di primeggiare? Quali? E gli altri a perdere? Che fare per promuovere e sviluppare in modo meno improvvisato e pasticciato il turismo, se riconosciuto come risorsa strategica?
Infrastrutture: come colmare i ritardi? Se nevica bisogna continuare a non viaggiare? E se piove accettare con rassegnazione le inondazioni? Precedenza alle grandi opere o a quelle minori? Più inaugurazioni o più manutenzioni?
Mezzogiorno: quali leve agire per rivalutarlo a livello europeo? Attività knowledge intensive? Asimmetrie fiscali incentivanti? Che strategia, se ce ne sarà una, per riportare nel contesto civile le vaste aree ad alta densità criminale? E per valorizzarle?
Sanità: grandi ospedali o piccoli presìdi? Come si intende conciliare l’obiettivo profitto con l’obiettivo salute? E si intendono tutelare le conquiste qualitative fin qui accertate nella sanità pubblica? Con quali risorse e strategie?
E la scuola? Cosa insegnare? Chi? E a chi? Si può riprendere il tema della formazione continua? E come recuperare eccellenza, visto che le nostre Università non primeggiano nel mondo?
Stato: quale modello? Quanto invadente? Di cosa deve occuparsi e di cosa no? Compiti centrali e compiti periferici: come sviluppare il mitico ma per ora ideologico e incerto federalismo? In che misura e come lo Stato deve collaborare col privato?
Welfare e lavoro: è indispensabile smantellare pian piano quello che si è costruito negli anni dello sviluppo? Elevare l’età pensionabile perché si vive più a lungo. Giusto. Ma come fare a creare lavoro per i settantenni se ora lo perdono i cinquantenni? E le protezioni sociali? Quali? Chi le paga? Come e in che misura lo Stato garantirà la vecchiaia e le infermità?
E così via.
Ecco, mi domando: come si fa a governare l’oggi senza pensare al domani? Senza mai alzare la testa? Senza una “vision”, come dovrebbero avere i tanti che celebrano, anche nella gestione della cosa pubblica, il modello aziendale?
Fra tanto parlare pubblicitario si fa anche qualcosa, qualche leggina; si prende qualche decisione. Come facciamo noi poveri osservatori non professionali – ma non legati ad alcun carro – a valutare se sono passi nella direzione giusta se nessuno sa quale sia la direzione?
Auspicio: la definizione e poi la dettagliata illustrazione ai cittadini di un disegno ideale: “Italia 2030”. Una cosa che possa riavvicinare alla politica e stimolare i giovani, che oggi pensano al loro futuro all’estero. Forse stiamo cominciando a vivere il dramma, in prospettiva, di una immigrazione di livello educativo medio-basso e una emigrazione di giovani di acculturamento elevato. Spieghiamo invece ai giovani dove vogliamo arrivare, col loro contributo.
Non dovrebbe essere difficile, per la nostra classe dirigente mediamente attempata, concordare su idee la cui realizzazione toccherà in gran parte ai posteri.
Il giornalismo che fa male al calcio
10 Luglio 2010
Mondiale di calcio terminato. Peccato: il calcio mi interessa sempre, figurarsi quando è ai massimi livelli, però apprezzerò un po’ di quiete mediatica, dopo l’ubriacatura di iperboli, toni enfatici, ovvietà, frasi fatte e disinvolti voltafaccia. La stessa cosa ho pensato dopo le vittorie dell’Inter, che pure è la mia squadra preferita.
Della figuraccia italica e dei colpevoli si è discusso anche troppo, dovunque e a ogni livello. La categoria che si è sostanzialmente autoassolta, come al solito, è quella dei giornalisti e commentatori vari, questi ultimi orrendamente chiamati opinionisti, il che potrebbe dirsi anche del mio macellaio, milanista competente.
Tra costoro, e non mi riferisco ai macellai, abbondano vecchi tromboni privi di ironia ma avvezzi alla retorica e all’aggressione verbale di chi li snobba, e giovanotti di ambo i sessi freschi di liceo e di iscrizione all’albo. Le giovanotte in genere sono carine, essendo il calcio uno degli ambienti più ottusamente maschilisti. Niente a che fare comunque, in entrambi i casi, con scrittori (o cantori) dello sport come furono Giovanni Arpino, Gianni Brera, Sandro Ciotti, Mario Soldati, Beppe Viola e altri le cui cronache intrattenevano con arguzia e leggerezza, come nonni che raccontano fiabe e fanno sognare.
Adesso niente più fiabe. Questi qui, fatte salve le eccezioni, frequentano il livore, scatenano i rancori, il tifo più becero, soprattutto “contro”. Tollerano in quanto probabile pubblico (la maledetta audience) il rito idiota del “chi non salta …qualche cosa….è”; del “devi morire” all’avversario più o meno dolorante; del fischio preconcetto all’arbitro; del “non esistono negri italiani”, per dire l’ultima chicca, purtroppo nata nella già educata e amabile Torino, dove però si pubblica un quotidiano che del tifo contro sembra avere fatto una missione.
Con questo andazzo hai voglia a dire che bisogna far crescere i giovani (calciatori. Giovani giornalisti ne crescono anche troppi, in senso quantitativo). I giovani calciatori sarebbero agevolati da ambienti meno tesi, meno iracondi, meno stressati, nei quali se uno simula viene fischiato, non considerato astuto o esperto (sentito con le mie orecchie) e se si perde pazienza. Sempre gioco è. Qui invece dopo due o tre sconfitte, talvolta anche dopo un paio di pareggi, gli influenzatori dell’opinione pubblica cominciano a dibattere di allenatori da licenziare e di stagione persa, anche se è solo settembre. E chi glielo fa fare allora agli allenatori di rischiare e pazientare per favorire la crescita dei rampolli del vivaio?
E se i titoloni estivi vanno tutti a nuovi possibili acquisti stranieri, mezze cartucce comprese, invece di sostenere le candidature interne, e gratuite, o quelle di promettenti calciatori che provengono da serie minori, di chi la colpa? E come si devono comportare le società la cui campagna acquisti deve anche stimolare gli abbonamenti? Fregarsene e andare avanti per la loro strada? Ma se ci sono dirigenti del calcio che girano con la scorta!
Non voglio difendere il signor Lippi né, tanto meno, il presidente della Federazione Giancarlo Abete, che ha l’aggravante di essere un ex parlamentare. Tutti hanno qualche responsabilità per l’insuccesso (Abete anche quelle per due candidature italiane bocciate, su due presentate, per l’organizzazione di futuri campionati europei e mondiali). Ho scritto questa nota solo come promemoria: vorrei poter evitare che elencando i mali del nostro calcio si omettano le responsabilità del giornalismo sportivo. Pessimo e dannoso, secondo me.