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Una parola buona per la RAI nell’era digitale. Vendere!

22 Maggio 2010

La RAI è l’azienda più anomala d’Italia. Forse del mondo. A volte misurata come servizio pubblico (del quale è concessionaria dello Stato), altre come impresa tout court (ricavi, competizione, bilanci). E’ misurata e giudicata di volta in volta secondo convenienza del misuratore. Far convivere le due anime è evidentemente difficile per chiunque. L’azionista di riferimento riconosciuto, poi, è la politica. Le tante politiche, i tanti interessi, divergenti tra loro e molto spesso anche da quelli dell’azienda. Dulcis in fundo, il singolo politico più influente sulla RAI, che è il presidente del consiglio, è anche il maggior azionista del maggior concorrente della stessa RAI.

Voi siete pazzi, mi diceva un amico inglese col quale parlavo di queste cose. E’ una situazione paradossale. “E non vi ribellate?”. No, non ci ribelliamo. Siamo gente tranquilla, noi. E, in maggioranza, distratta.

Nemmeno dentro la RAI si ribellano. Ogni tanto sentiamo il timido belato di qualche consigliere che rappresenta la minoranza (politica, ma facciamo finta, per la forma, che i consiglieri rappresentino azionisti). Niente di serio comunque. Mai che uno dica che quell’azienda non è un’azienda ma uno strumento politico. Sono politici anche loro, i consiglieri. Perciò parvenza di disaccordi, tanto per dire “ci siamo anche noi”. Piccole beghe, in genere ricomposte dando il posto o il ruolo a quello o a quell’altro.

E non mi sembra il caso di considerare ribellione alla situazione paradossale di cui sopra gli episodi Busi e Santoro. Solo sintomi. Alla prima non piace l’impostazione del direttore e lo dice. Brava, mi piacciono quelli che non praticano la piaggeria, ma nelle aziende può succedere che un dipendente non condivida il lavoro del capo e lo dica, anche se raramente attraverso l’affissione di un comunicato in bacheca.  Il problema, mi sembra, oltre alla bacheca, non è la Busi né il suo direttore ma il sistema che lo nomina. Come implicitamente palesato dallo stesso Santoro il quale, notoriamente non gradito alla dirigenza RAI, concorda le sue dimissioni e la buonuscita – come succede nelle aziende normali – e poi accusa una parte politica e i succitati consiglieri di non sostenerlo affinchè, parrebbe di capire, venga supplicato di restare.   

Non sono situazioni da pazzi, per un osservatore appena razionale?  

Perpetuare questa posizione ambigua tra impresa e servizio è deleterio. La RAI quando ingaggia un personaggio o se ne libera lo fa in nome dell’audience (impostazione aziendale) o in nome del servizio pubblico? Possono coincidere le valutazioni? Si devono pagare Santoro, o Vespa, o Fazio in quanto catturano audience (e perciò attirano pubblicità) o in quanto svolgono un servizio pubblico? E che cosa si intende per “servizio pubblico” in un etere con centinaia di emissioni? Che contenuti e caratteristiche dovrebbe avere? Come se ne misurano l’efficacia e la qualità? E poi, nell’abbondanza digitale, quanti canali devono fare servizio pubblico?  Uno, due? Certo non tutti: quelli digitali della RAI sono una ventina.

E’ tempo perciò, cogliendo lo spunto dell’evoluzione tecnologica, di riprendere seriamente e onestamente in considerazione l’ipotesi della vendita della RAI, nel rispetto degli interessi economici (non politici) dell’azionista, che è quasi totalmente il ministero dell’economia, notoriamente assai bisognoso di capitali. E, ovviamente, anche nel rispetto delle norme (e delle opportunità) in materia di antitrust.  Lo spezzatino potrebbe essere una buona soluzione.

Ma mentre penso, per la verità non da oggi, che questa sia la strada da seguire penso anche che la classe politica, bipartisan, non la seguirà affatto. Parteciperà all’inutile dibattito, secondo tradizione, ma non farà nessun passo concreto, nemmeno quelli che dicono “fuori la politica dalla RAI”. E noi, ingenuamente, ci troveremo ancora a discutere della faziosità di tizio o caio, o magari a dare credito, per qualche ora, a qualcuno che incita alla rivolta anti-canone perchè la RAI è faziosa.  Insomma, come sempre: tutto quanto fa spettacolo. 

Post inserito in: mondo digitale e comunicazione

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