Non solo Grecia. Se la crisi è dell’occidente.
16 Maggio 2010
I greci gli occhi ce li hanno già aperti, altro che fra qualche anno come ho scritto nel blog del 2 maggio! Ci hanno fatto capire che il loro caso è tutt’altro che isolato. E’ sintomatico, al contrario, di una situazione diffusa nel mondo occidentale, che va oltre la Grecia, oltre l’Euro e oltre l’Europa. Anche gli Stati Uniti, tradizionalmente guida e traino del mondo capitalistico, sono messi male. Per certi aspetti peggio della Grecia e degli altri Paesi PIGS. Gli stati occidentali, già leader del mondo, sono da un lato pesantemente indebitati e dall’altro, da tempo, in stato di crescita molto moderata o non crescita.
Il dubbio, mio ma anche di altri più edotti, è che si ricorra al debito per mantenere alla popolazione (votante) un tenore di vita che probabilmente a causa della scarsa crescita non ci possiamo più permettere. Una situazione che di fatto i governanti contemporanei maschererebbero prelevando arbitrariamente risorse che apparterrebbero ai posteri. I quali sono penalizzati dal non avere né diritto di voto né voce in capitolo.
Il debito è esploso, va ricordato, per evitare il fallimento del sistema il cui equilibrio è stato compromesso, con dolo e imperizia, dai tenutari delle leve finanziarie: banche e affini. Costoro, approfittando della distrazione o della connivenza dei governi e degli svagati organi di controllo, hanno creato ricchezza apparente attraverso la distribuzione di strumenti finanziari pari a una decina di volte il pil mondiale. E pochi si sono chiesti nella fase dell’euforia quando e a chi sarebbe rimasto in mano il cerino.
Ora lo abbiamo capito: è rimasto in mano in prima battuta alle stesse banche e affini, che per salvarsi lo hanno passato agli Stati (seconda battuta), al cui salvataggio – ci hanno fatto capire i greci e poi tanti altri – dobbiamo provvedere noi, i cittadini. Terza battuta e fine dello scaricabarile. Il cerino acceso resta a noi.
Anche la creazione di ricchezza virtuale ha contribuito a far ritenere benestanti cittadini-elettori che benestanti non erano, come si sono ritenuti proprietari di casa famiglie che i soldi per pagarsela, la casa, non li avevano. E non c’è dubbio che la sensazione di benessere abbia giovato, elettoralmente, ai governanti, che non sono solo politici.
Adesso il gioco sembra finito. Basta vivere al di sopra dei nostri mezzi e basta vivere, dobbiamo augurarci, con i mezzi dei posteri. Eppure, mentre si taglia il welfare e non si sa dove andare a reperire le risorse per rinvigorire la capacità competitiva persa negli ultimi anni non appare nessun leader, in occidente, che dica: “bene, ragazzi, la pacchia è finita. Abbiamo vissuto per molto tempo in un sistema basato sulla crescita. Ok, prendiamo atto che per un po’ la crescita ce la dobbiamo scordare. Adesso mettiamoci a ragionare su come dobbiamo comportarci, come dobbiamo guidare l’economia dei nostri paesi, in una situazione di non crescita, o crescita asfittica e comunque molto inferiore a quella di altre aree del mondo”.
Vorrei sentirlo un discorso del genere. Mi conforterebbe. Sacrifici va bene, eventualmente, ma vorrei che qualcuno credibile mi spiegasse perché, con quali obiettivi, come si misurano, in quanto tempo si possono raggiungere, chi altro collabora.
Se nessuno si fa carico di aggregare consenso e progetti attorno ad una “vision” di questo tipo da un lato mi preoccupo per la pace sociale (le gente ingannata e quella disperata è particolarmente irascibile) e dall’altro mi domando chi guida l’occidente, che razza di leader abbiamo. Telegenici, forse. Ma dove ci portano?