Brunetta e la trasparenza in RAI
12 Dicembre 2009
Pare che far parlare di se sia condizione essenziale della politica corrente. Non importa se si dicono idiozie o cose sensate, basta avere i titoli, come si diceva a suo tempo di quello che per avere la foto in cronaca avrebbe ammazzato la madre. Adesso basta molto meno.
Il ministro Brunetta è uno dei più incontinenti. Segnala l’olezzo di escrementi provenire da elite da lui non stimate; individua fannulloni e farabutti qua e la; critica il collega Tremonti che sbaglierebbe politica non essendo un economista, al contrario di se medesimo. Prova poi un perfido piacere nel prendere di mira i professionisti dello spettacolo, specialmente quelli che – finanziati (a scopo di lucro) dall’azienda di produzione cinematografica del premier – fanno film che lui, il Brunetta, considera di sinistra pur senza averli mai visti (non va al cinema quasi mai, dice). Che vergogna per un artista, magari straccione, non blandire il finanziatore!
Ora è il turno degli artisti ai quali la RAI, della quale il ministro parla come se gli appartenesse, riconosce cachet che lui ritiene eccessivi, assurdi, inaccettabili.
Essendo l’uomo intelligente, o ritenendosi tale, non si limita ad evidenziare il problema ma propone anche un rimedio che gli sembra semplice e geniale (e che trova approvazione, va detto, anche presso associazioni di consumatori e numerosi cittadini): indicare nei titoli di coda degli spettacoli i compensi dei protagonisti, forse anche degli autori, dei tecnici, delle guardarobiere, eccetera.
A Brunetta la trasparenza piace: anche per dipendenti e consulenti pubblici ha proposto la pubblicazione sul web delle prebende. Il caso RAI però è un po’ diverso. L’azienda è si pubblica, purtroppo, ma anche inserita in un contesto competitivo. Artisti, professionisti vari e tecnici possono interessare alla concorrenza, che sarebbe avvantaggiata dal conoscere con precisione quanto li paga la RAI. E perché, poi, non rendere pubblico anche quanto è costato un programma acquistato in blocco e quanto rende in pubblicità? Ogni spettacolo il suo bilancio, una bella contabilità industriale in broadcast.
Immagino che il professor Brunetta, in quanto economista, non sia così insensibile alle regole della concorrenza. Per evitare distorsioni la sua idea dovrebbe perciò essere accolta anche dai concorrenti della RAI.
Immagino che il ministro si darà tempestivamente da fare per far accettare la sua idea anche ai signori Berlusconi, Murdoch, Bernabé e protagonisti minori del mercato televisivo.
Spero che poi ci racconti le reazioni.
Specialmente se non fossero entusiastiche una propostina l’avrei io: perché non vendere la RAI intera, cosicché i politici non debbano arrovellarsi per problemi non strettamente legati agli interessi dei cittadini?